Sii gentile scritto sull'asfalto con i gessetti

Usare una lingua gentile, perché no?

Tutti i giorni ci capita di interfacciarci con milioni di servizi/prodotti diversi che non vanno, vanno ma non come concordato, che vogliamo dismettere, rinnovare e via così all’infinito. Non capita però così altrettanto spesso di usare una lingua gentile, per iscritto o a voce, con chi sta dall’altra parte. Non capita per due motivi diversi secondo me, uno inbound e l’altro outbound per restare in tema: 

  •  siamo bombardati da telefonate ossessivo compulsive a ogni ora del giorno e della notte da parte di persone che vogliono venderci di tutto: dall’ultimo modello del filtro dell’acqua al risparmio di 10 euro in bolletta spalmato su tre anni. Si attiva ormai, sempre più spesso, una reazione automatica di risposta che per tutta una serie di motivi che già conosciamo non chiama in causa la gentilezza, verosimilmente né da un lato né dall’altro.

 

  • Quando ci rivolgiamo al servizio assistenza generalmente siamo furibondi perché qualcosa non va o non è assolutamente andata come avevamo immaginato/capito/sperato. E soprattutto, visto che comunque ci stiamo investendo del tempo nostro, vogliamo una soluzione SUBITO; soluzione che spesso non ci viene fornita nei modi e nei tempi sperati perché chi sta dall’altra parte per contratto non cerca materialmente una soluzione al nostro personalissssimo problema ma applica un protocollo. In genere questo tipo di risoluzione va bene su tutto ma certe volte no, e anche di fronte a questa situazione innescare processi di gentilezza è piuttosto difficile sia da un lato che dall’alto.

Screenshot della conversazione con l'assistenza di Facebook

Questo messaggio l’ho ricevuto giorni fa dopo aver contattato il servizio assistenza di Facebook per un problema che peraltro non sono riusciti a risolvere, ma nonostante questo ho trovato nell’operatore la capacità non banale di accogliere la richiesta e di riconoscermi prima di tutto in quanto persona.

Tutto questo per dire cosa?

Per dire che spesso il problema non è quello che diciamo ma come e sulla base di quali premesse. Oggi più che mai risulta necessario fare la differenza e un modo per farla è sicuramente usare una lingua gentile perché “la lingua gentile – di cui Elisabetta Perini è un’instancabile esperta – comunica con il cuore delle persone e affonda le radici nella grammatica della lingua italiana”.

Avete mai provato a cercare la parola “gentilezza” sul dizionario? Viene fuori questo:

 

Un risultato che lascia spazio all’approfondimento, perché se è vero che molto spesso abbiamo ragione nell’essere arrabbiati, scocciati, delusi con chi è dall’altra parte del vetro, della cornetta, dello schermo è altrettanto vero che coltivare la gentilezza – arte assai complessa – ha a che fare con una predisposizione d’animo che si fonda sul rispetto della dignità dell’altro.

Parlare di lingua gentile in un periodo storico come questo sembra quasi voler cercare forme di vita dove parrebbe regnare solo deserto, in realtà così non è perché essere gentili è un esercizio, come gran parte delle cose, che si può imparare partendo dalla lingua che usiamo tutti i giorni e che ci offre un sacco di spunti interessanti.

1. Usare una grammatica della gentilezza, perché no?

Pensiamo a quando incontriamo qualcuno che non conosciamo bene o a quando ci vogliamo scusare per un fraintendimento o ancora quando entriamo in una stanza dove non conosciamo tutti: la lingua ci viene incontro e ci fornisce i saluti, i ringraziamenti, i convenevoli, le formule per chiedere scusa o ancora il pronome di cortesia sempre consigliato quando non c’è conoscenza diretta. Tutte cose che ci dovrebbero essere insegnate fin dalla più tenera età, ma a questo si aggiungono anche modi e tempi della nostra lingua che aiutano a esprimerci con il linguaggio della cortesia.

Il condizionale e il congiuntivo

Sono due forme che contengono in sé una forte carica di gentilezza e che possono sostituirsi all’imperativo, molto più perentorio e categorico. Pensiamo a quando diciamo: “non vorrei disturbare, passo lo stesso?” invece di “voglio” o ancora quando sale sull’autobus una signora anziana e cedendole il posto diciamo: “prego signora, si accomodi pure!”

L’imperfetto di cortesia

L’imperfetto di cortesia ha una funziona precipua: non tanto esprimere qualcosa al passato quanto attenuare la richiesta. “No niente non ti preoccupare, volevo solo sapere se stasera fossi disponibile”.

Il futuro attenuativo

Questo futuro invece sposta idealmente un evento presente nel futuro per mitigare l’impatto di una realtà che può essere giudicata spiacevole: “ammetterai che il tuo atteggiamento è stato fuori luogo”.

Le alterazioni

Stesso discorso vale per gli alterati che possono modulare il significato di nomi, verbi e aggettivi, introducendo nell’interazione dimensioni che rientrano nella logica della cortesia. “Daresti un’occhiatina al mio lavoro?” o “Mi sembri un po’ dimagritina, forse!”

2. Ci siamo mai chiesti perché parliamo per frasi fatte?

“Non è per i soldi, ma per una questione di principio”

“Ai tempi nostri ci si divertiva con poco”

“Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani”

“Sono sempre i migliori quelli che se ne vanno”

Ma potremmo continuare anche con stereotipi molto più radicati nell’immaginario collettivo:

“Dobbiamo aiutarli a casa loro!”

“Con tanti problemi che abbiamo non possiamo pure pensare agli immigrati”

“Se vanno in giro vestite così, è normale che poi le ammazzano”

“Gli svizzeri sono precisi come un orologio, gli italiani sono tutti mafiosi”

Immagini preconfezionate che non aggiungono nulla allo scambio collettivo, anzi spesso non fanno altro che cristallizzare concetti inesatti o spostare il focus del discorso su altri piani di riflessione. E anche per chi si sente immune di fronte a questo tipo di espressioni, e io francamente non mi ci sento, il rischio di cadere nello strafalcione o nell’immagine stereotipata c’è:

“nella splendida cornice di” “una sorpresa inattesa” “potremmo mangiare la pizza piuttosto che il sushi piuttosto che una piadina” “un omicidio efferato” “bisogna fare una prenotazione preventiva” e potrei continuare così all’infinito.

Abbiamo un modo per uscire dal tunnel? Sì.

Non lasciarci condizionare da tutto ciò che sentiamo attraverso i giornali e la TV è un modo, trovare continuamente modi diversi per dire le cose, anche quelle che dicono tutti, potrebbe essere un’altra valida alternativa. Un omicidio, per esempio, c’è realmente bisogno che sia efferato, quando il termine omicidio implica già la soppressione di una vita umana? Non lo so, ma proviamo a chiedercelo sempre. Questo esercizio ci aiuta a tenere allenata la capacità di rivolgerci all’altro sempre con l’estrema attenzione che merita.

3. L’antilingua di Calvino è viva e (non) lotta insieme alla gentilezza

Recentemente mi sono interfacciata con un’azienda che si occupa di fornitura luce e gas per l’allaccio al metano, non mi vergogno a dire che ho dovuto passare tutto il plico della documentazione a mio zio che di mestiere fa l’architetto e mangia queste robe a colazione. Mi sono chiesta: è normale che un cittadino pagante con un titolo di studio medio alto ed esperienze in contesti multilingua abbia difficoltà a decodificare correttamente termini, clausole, indicazioni scritte nella sua lingua madre e che per di più lo riguardano in prima persona? Sicuramente io non avevo ore di tempo a disposizione da dedicare alla faccenda, ma c’è anche da dire che non è né gentile né utile proporre a un cliente un plico di documenti scritti in burocratese e inutilmente farraginosi per una pratica di ordinaria amministrazione.

Un esempio concreto per capirci

Giungendo (finalmente) sulla pagina del preventivo, che è quello che al cliente dovrebbe interessare di più, una formula in alto recita così:

“È stata da noi riconosciuta la ricorrenza delle condizioni standard in termini di consistenza dell’opera. Per tale ragione e allo scopo di accelerare il tempo di evasione dell’istanza ricevuta, il presente preventivo è formulato senza avere preliminarmente effettuato il sopralluogo ricognitivo.”

Mi chiedo, dire “ci sono i requisiti minimi per l’allaccio quindi per accelerare i tempi mandiamo un preventivo dei lavori anche se non abbiamo fatto il sopralluogo preliminare” pareva brutto?

Sì, perché fare questo lavoro implica fatica extra per chi scrive, come quella che generalmente implica ogni progetto di scrittura, e un po’ più di gentilezza e chiarezza percepita da parte di chi legge. Evitare di cadere in questa trappola è difficile, ma possibile. Possiamo cominciare mettendo al bando:

  • frasi lunghe con molte subordinate;
  • proposizioni implicite;
  • incisi;
  • forma passiva;
  • locuzioni congiuntive;
  • parole rare;
  • forme impersonali;
  • verbi fraseologici;
  • parole poco comuni e arcaismi.

Detto in due parole: dobbiamo semplificare!

4. E se proprio vogliamo non essere gentili?

Anche con il turpiloquio, che risulta essere sicuramente l’esatto opposto della gentilezza, la nostra lingua ci viene in soccorso. Le parolacce sono termini che esprimono di solito, in modo basso e offensivo, delle pulsioni fondamentali dell’uomo legate al sesso, al metabolismo, all’aggressività o alla religione; di base sono riconosciute come tabù linguistici ma arrivano a diventare norma quando sentendole non ci scandalizziamo più e ci contagiamo nell’utilizzo.

Validi alleati per ovviare al turpiloquio sono sicuramente:

  • gli eufemismi, parolacce sostituite con altre parole simili: cacchio, cavolo, cactus, mizzica, stronzolo, vaffanbagno, vai a quel paese!
  • I suffissi peggiorativi: donnaccia, caratteraccio, figliastro, fratellastro, pollastro, anche utilizzati con i verbi studiacchia, lavoricchia;
  • i composti con semi- sub- sotto- pseudo-: uno pseudolavoro, un semiartista, una sottocultura.

Insomma, quando ci raccontiamo la storiella del mondo brutto e cattivo, ricordiamoci  sempre di avere dalla nostra parte un’arma che se magari non è grado di salvare il mondo, cosa che dubito fortemente, può sicuramente essere utile a cambiare la giornata o anche la vita di chi incontriamo ogni giorno.

Quest’arma esiste e si chiama lingua gentile. Che ne pensate?

 

 

 

 

Lascia un commento

La tua email non verrà pubblicata. I campi segnati con * sono obbligatori